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Massignan e il Mondiale '60
"Ho ubbidito a Binda, ma..."
Cinquant'anni fa si corse a Hohenstein, nella Germania dell'est. A comandare gli otto azzurri, un ciclista-leggenda. Tutto come da programma fino al penultimo giro del circuito, poi lo scatto dello scalatore di Altavilla Vicentina e un finale amaro
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- Massignan e Carlesi al Tour de France 1961. Archivio
MILANO, 10 settembre 2010 - Cinquant'anni fa. Il mondo del ciclismo diviso tra belgi, italiani e francesi, le nazionali formate da otto corridori, l'Italia diretta da una leggenda, un'enciclopedia, un ambasciatore come Alfredo Binda, e il Mondiale organizzato a Hohenstein, nella Germania dell'est. Era la vigilia di Ferragosto.
Imerio Massignan, com'era il circuito?
"Corto. Un chilometro e mezzo di salita, un po' di discesa, un po' di piano, uno strappetto e poi l'arrivo. Otto-nove chilometri, da fare 32 volte. Quasi come in una kermesse. Solo che, alla fine, erano quasi 300 chilometri e abbiamo pedalato otto ore".
E com'era la Germania dell'est?
"E chi l'ha vista. Siamo arrivati la vigilia, in treno, Milano-Lipsia. Ci abbiamo messo un'eternità: 24 ore, un po' seduti, un po' in cuccetta. Seconda classe. Poi siamo andati nell'albergo, che era in un parco, e dove stavano anche i dilettanti. C'erano due Germania: di qua quella ricca, di là quella povera. Noi eravamo di là: in quella povera. Ma eravamo tutti poveri, allora".
Che cosa le ha detto Binda?
"Di stare tranquillo, che era un circuito adatto a me, e che con le mie caratteristiche di scalatore avrei potuto fare la differenza. La corsa è stata dura, la salita ha fatto selezione, siamo rimasti in 18, degli italiani io e Battistini. A Binda ho ubbidito. Fino al penultimo giro. Poi non ho resistito e, su quel chilometro e mezzo all'insù, ho attaccato".
Da solo?
"Da solo. Anzi, no. A ruota avevo Pino Cerami: per noi italiani era belga, per i belgi era italiano, comunque correva per i belgi. E forte. Ma siccome Cerami era abbastanza vecchio, sulla quarantina, pensavo di mollarlo strada facendo. Invece a metà salita è scattato Raymond Poulidor, poi anche Rik Van Looy con due dei suoi gregari. E prima del culmine sono stato ripreso".
Poi?
"Van Looy ha messo in testa i suoi e buona notte. Se solo osavi mettere la testa fuori, prendevi un vento che ti ricacciava indietro. Arrivo in volata: Van Looy ha vinto alla grande su Andrè Darrigade, che aveva conquistato il Mondiale l'anno prima. Io ho sprintato per conto mio e Cerami mi ha superato per un centimetro. Niente, quasi niente, tutto. Lui medaglia di bronzo e io di legno".
Van Looy era un fenomeno?
"Di più. Vinceva dappertutto. Classiche, tappe, circuiti. E Mondiali: il primo quell'anno, il secondo l'anno dopo, il terzo l'ha perso per un compagno che ha fatto il furbo. Van Looy era una macchina umana: vinceva in volata, in fuga, anche in montagna".
E lei?
"In salita andavo bene, in volata ero fermo. A quel tempo si correva poco e ci si allenava tanto. Uscivo da casa in bici, in tasca un paio di panini, la borraccia si riempiva alle fontane. Asiago, Lavarone, i Colli Berici... Con Bernardelle, Fontana, Maino... Con Giusti ci si trovava metà strada. Il premio era una fontana quasi a Vicenza: l'acqua usciva da una canna di ferro che spuntava da sottoterra. Buona, fresca e gratis".
Una medaglia le avrebbe cambiato la vita?
"E chi lo sa. Per quella di legno ho ricevuto 80 mila lire. Ci ho riprovato nel 1961, a Berna. Quattordicesimo".
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